Tutti immortalati in un piccolo badge

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Articolo tratto da Il Sole 24 Ore a firma di Sasha Carnevali

Minatori, segretarie, addetti ad impianti chimici, acquedotti, fognature: sono 250 i ritratti della classe operaia americana in mostra alla galleria newyorchese Ricco/Maresca fino al 15 febbraio, uno spaccato degli uomini e delle donne che fecero l'impresa di ricostruire gli Usa dopo la Grande Depressione e dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Ma non si tratta di immagini famose che hanno fatto la storia della fotografia attraverso gli obbiettivi di Walker Evans, Bruce Davidson o Dorothea Lange. Sono invece semplici foto identificative necessarie ai lavoratori per entrare in fabbrica, in cantiere o in ufficio – come le tessere magnetiche di oggi – e parte quindi di quella vernacular photography che tanto appassiona i collezionisti.

Tra questi figura Frank Maresca, da 35 anni a capo della galleria sita in Chelsea. «Cinque anni fa donai la mia raccolta di fotografie amatoriali al museo di Newark, e in quel momento decisi che ne avrei iniziata un'altra circoscrivendola proprio ai badge che i lavoratori portavano sulle uniformi», racconta il curatore che nell'ultimo lustro ha ispezionato 700 spillette scegliendone 250 «meritevoli», e comprandole una ad una a prezzi che variavano dai 30 ai 300 dollari. «Le discriminanti? Qualità dell'immagine, stato di conservazione della cornice, quel qualcosa di impalpabile che mi faceva sentire che un volto era in relazione con gli altri, che aveva motivo di stare con loro», spiega ancora Maresca.

I badge sono esposti ad altezza d'occhio, in un'unica fila orizzontale che percorre le pareti della galleria, come se si trattasse di fotogrammi di una pellicola. Un film che racconta in maniera sottile la storia della gente comune che producendo elastici, cereali da colazione, macchine da scrivere, esplosivi e stoffe, e che costruendo navi, ferrovie e palazzi ha fatto l'America.
Vi si trovano l'imbronciata femme fatale dei colletti blu, il sopracciglio arcuato e lo bocca a cuore. L'uomo con fedora che pare un caratterista dei gangster movie anni 30, la quintessenza della manovalanza mafiosa da custodia di violino. L'anziano che deve aver preso un nuovo lavoro (e un nuovo badge) in età avanzata. La donna che ride in una foto in bianco e nero ritoccata di rosso a ravvivarle le guance, il rossetto e il foulard – un caso unico di vanità, perché le foto venivano scattate, sviluppate e incapsulate nella cornice di acciaio o bronzo cromato senza lasciare spazio a successivi interventi di alcun tipo. «Quella signora doveva avere un amico nella catena di montaggio delle spille identificative. Mi piace pensare che fosse una delle persone eccentriche del suo ufficio: ogni luogo di lavoro ne ha una», riflette sorridendo Maresca. La sua preferita mostra un uomo sui cui occhi è stata posizionata una banda bianca, di quelle che si usano sui giornali per proteggere l'identità di una persona o per conferire un minimo di modestia a immagini pornografiche; una bizzarria aggiunta in fase di sviluppo della foto, inspiegabile nell'ottica di un badge che doveva servire ad identificare quell'operaio. Per Maresca «queste spille erano uno strumento di controllo quasi orwelliano: non ci sono quasi mai nomi ma solo numeri di matricola, e a volte gli individui sono fotografati con un metro sullo sfondo per indicarne l'altezza, come per le foto segnaletiche della polizia». Orwelliane ma estremamente facili da contraffare, e quindi anche un po' naif.
Un pregio collaterale della mostra «I.D. Photo Badge Portraiture» è quello di far riflettere sull'uso degli strumenti identificativi e come è cambiato nel tempo: dal livret napoleonico al dang-an maosista, questi documenti sono sempre stati sfruttati per sorvegliare i movimenti degli impiegati e per impedirgli di lasciare un datore di lavoro senza il suo consenso. Anche i badge esposti sono stati tutti restituiti all'azienda al momento della pensione o del licenziamento.

http://www.riccomaresca.com/

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