Panorama compie 50 anni

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Panorama compie 50 anni e li celebra con un’edizione straordinaria per rileggere mezzo secolo di fatti italiani e internazionali che hanno cambiato le nostre abitudini e i nostri stili di vita. Cinquant’anni di speranze, di progressi scientifici e tecnologici, di vittorie per la libertà e la democrazia, ma anche di guerre e attentati. Panorama li ha raccontati e spiegati per aiutarvi a capire ed essere informati. Un impegno che si ripete ogni settimana. 

L'articolo che segue è firmato dal grande studioso e sociologo Giuseppe De Rita:
Guardarsi indietro, per segnare i propri anni di presenza e di ruolo, è sempre cosa gradevole; ed è giusto che giornalisti e lettori di Panorama si concedano la gradevolezza di un più che significativo anniversario.
Naturalmente il pericolo, in questi casi, è che giornalisti e lettori si affidino ai ricordi «di allora», al permanere delle emozioni di allora, alla ricostruzione spesso maldestra di come andarono le vicende di allora, alla facile etichettatura di quale fu la storia di allora. Per questo ogni rievocazione, giornalistica o televisiva che sia, rischia di diventare un mosaico di ricordi spesso sbiaditi e non sempre ben combinati fra loro.
Per evitare tale pericolo l’unica strada è quella di connettere i nostri ricordi alle grandi e profonde tendenze evolutive espresse dalla società nel periodo cui facciamo riferimento. In termini semplici, su quali tendenze di fondo si muoveva la società italiana nei primi anni Sessanta? Quante e quali di quelle tendenze hanno ancora cittadinanza e ruolo oggi, a 50 anni di distanza? E possono ancora servire per un ulteriore sviluppo della nostra realtà economica e sociale?
Con la consapevolezza dei rischi che ogni semplificazione comporta, mi arrischio a dire che i primi anni Sessanta videro tre importanti passaggi di staffetta nella concezione e nella gestione della società italiana. In primo luogo finì in quegli anni la povertà (sia tradizionale che dovuta agli effetti della guerra); e cominciò un periodo di relativa agiatezza (prima lo stordente miracolo italiano fra il 1958 e il 1963, poi l’onda dei consumi di beni durevoli e l’avvio della voglia di casa in proprietà). In secondo luogo finì in quegli anni la «saga» dell’iniziativa individuale, duramente pagata (la ricostruzione postbellica delle proprie case e delle proprie aziende, il grande trasferimento al Nord di milioni di meridionali, la trasformazione dei mezzadri e braccianti in coltivatori diretti); e cominciò un periodo di concentrazione delle responsabilità soggettuali del processo di sviluppo (la programmazione, la crescita dello Stato imprenditore, la stessa crescita di ruolo della grande impresa). In terzo luogo finì in quegli anni una lunga collettiva di prigionia nei bisogni di base e nei relativi stenti; e cominciò un periodo di liberazione dei desideri (di avere casa, auto e televisione o di avere autonomia di comportamenti di mobilità professionale e territoriale, di personalizzazione degli studi, di moltiplicazione dell’informazione disponibile, e così via).
Non è difficile capire che queste tre staffette furono fenomeni fortemente caratterizzanti del decennio Sessanta, e in particolare dei suoi primi anni: siamo diventati la società che siamo perché quel periodo è andato così come ho cercato di descriverlo. Ma chi è tenuto, anche professionalmente, ad andare più in profondità deve ricordare che quelle staffette hanno cambiato il ciclo, ma poi si sono rapidamente esaurite. E non perché i processi in esse operanti siano stati sopravanzati dagli impressivi eventi del passaggio del decennio necessario (l’autunno caldo, la crisi dell’industria, il terrorismo e così via); questi certo hanno condizionato l’opinione collettiva ma non potevano avere – e non hanno avuto – influenza sostanziale, sugli assi di progressione profonda della società, che ha sempre tempi più lenti e complessi di ogni episodio, anche quello mediaticamente più impressivo.
Cosa quindi è successo delle tre staffette sopra indicate? Per la prima è facile notare che l’uscita dalla povertà e la corsa all’agiatezza è durata poco: non solo perché già nel 1968 si avviò un processo di anticonsumismo che conduce all’austerità di Enrico Berlinguer per arrivare all’attuale sobrietà di Mario Monti. Certo nel contempo abbiamo avuto anche una forzatura verso un’ulteriore fase di agiatezza (il made in Italy, il consumismo «griffato», la ricerca di novità e raffinatezza nell’arredamento come nell’enogastronomia); ma è evidente, pensando fra l’altro anche alle reazioni collettive verso alcuni recenti scandali, che la iperagiatezza non è più un asse su cui procediamo. Preferiamo, forse per scongiurare un ritorno alla povertà, una seria «medietà» del nostro modo di vivere. E da quell’indirizzo difficilmente sgarreremo nel prossimo futuro.
Ancora più chiara è stata la frattura della seconda staffetta, quella con cui la responsabilità di fare «soggetto di sviluppo» passò dai milioni di cittadini che avevano fatto la ricostruzione e il miracolo italiano a sedi di potere tendenzialmente accentrate (lo Stato, attraverso la programmazione e le imprese pubbliche, e le grandi imprese allora rampanti). Illusioni verticalizzate. Se ci guardiamo indietro con una minima lucidità di visione, vedremo che gli anni Sessanta finiscono con la caduta delle opzioni su cui erano cominciati: perde ogni valore il lavoro di programmazione (con i connessi impegni di progettazione del nuovo); comincia a perdere credibilità lo Stato imprenditore; si capisce che la grande impresa non è in grado di caricarsi la dimensione sistemica dello sviluppo, visto che la fusione Montecatini-Edison (nel 1966), che era sembrato il culmine della nuova potenza e del nuovo ruolo della grande impresa, naufraga dopo pochi anni. E tutto si risolve, neppure tanto stranamente, con un revival della logica precedente, quella della molteplicità dei soggetti, cosicché fra anni Sessanta e Settanta prendono forza e rilievo, anche sistemico, le piccole imprese, l’economia sommersa, il localismo territoriale.
E infine la terza staffetta, quella che ha visto il passaggio dal bisogno e dagli stenti al desiderio del tutto è possibile. Fra le tre essa è quella che ha avuto più lunga vigenza, se si pensa che la carica di liberazione che aveva dentro ha caratterizzato a lungo tutta la nostra cultura, nella libertà dei comportamenti sociali come in quelli emotivi e familiari, nella circolazione delle idee, nell’assetto dei consumi di prodotti e servizi. Però quella liberazione, che sembrò il più alto valore di una società ad alta modernità, ha avuto andamento via via meno incisivo: da una parte la soggettività che in essa si è espressa ha portato a una disarticolazione del tessuto sociale tradizionale, senza nessuna nuova logica di coazione sociale; e dall’altra parte l’esasperazione del desiderio (e della corsa a soddisfarlo) ha portato alla inconcludenza e alla dissipazione di ogni relazione interpersonale.
Con l’effetto complessivo di un declino umano (che alcuni hanno etichettato addirittura come disastro antropologico) e con l’effetto conseguente di richiamare tutti a una ripresa valoriale che riconduca l’estrema esasperazione del desiderio a un più solido rapporto con gli altri, in una rinnovata ricchezza delle relazioni interpersonali, e della socializzazione di gruppo. Un passaggio delicato sul quale oggi ci stiamo tutti misurando.
Si sarà capito, da quanto precede, che gli anni Sessanta non vanno rammentati per quel che in essi è avvenuto, ma vanno tenuti a mente per come hanno contribuito a creare, cambiare, smaltire alcune delle tendenze di fondo su cui si è andata evolvendo e si evolve la società. Dunque, se siamo una società a molti soggetti di sviluppo, con comportamenti ispirati a una medietà sobria, e protesa a superare la crisi antropologica con il ritorno dei valori della relazione, dobbiamo riconoscere che proprio negli anni Sessanta abbiamo cominciato a percorrere la strada su cui stiamo, con ogni tipo di contraddizione, camminando.
 
http://www.panorama.it/cinquanta-anni/video-direttore-giorgio-mule

http://www.panorama.it/cinquanta-anni/copertine-storia

http://www.panorama.it/cinquanta-anni/Panorama-compie-50-anni-in-edicola-Il-contributo-di-Giuseppe-De-Rita





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