Ostia tifa Ostia. E odia il suo mare.

Ostia tifa Ostia. E odia il suo mare. Ostia da sempre rappresenta nella realtà e anche nell’immaginario di chi vive a Roma, un parente povero che c’è, esiste, ma è meglio tenere a distanza. Il suo mare? Non esiste. E il suo lungomare è un non luogo terzo paesaggio sbagliato, da nascondere, rinchiudere dentro gabbie, reti, cancelli e muri. Così il suo lungomare è in realtà solo e soltanto un lungomuro. 30 chilometri separano Roma dal Ostia, la Capitale dal suo mare. Ma chi arriva da Roma a Ostia il mare non lo vede. Capiamo perché con questo mio reportage fotografico. Che si scelga il trenino, la via del mare (SS8), la Colombo, la A91 / E80 un'autostrada che collega Roma a Fiumicino e successivamente ad Ostia, o la Pontina (SS148), il viaggio da qualunque punto di Roma verso Ostia è un viaggio senza senso. Per la mia generazione Ostia è sempre stata una cittadina a parte, nemmeno considerata un quartiere alla stregua degli altri – e oggi è lo stesso -, attaccata a Roma con il debole filo di un “trenino” lento, sporco, perennemente in ritardo, da prendere la domenica per andare al mare o per andare a giocare le partite di basket. Un viaggio interminabile, come le partite stesse. O i viaggi in macchina – perchè di viaggio si trattava, e si tratta ancora oggi – lungo strade veloci, con ai margini solo quartieri spontanei, periferici, in mezzo al verde spontaneo mai e mal curato della Via del Mare o della Cristoforo Colombo. Ferrovia e strade che dopo mezz’ora di nulla, nessun paesaggio da ammirare guardando fuori dal finestrino, mi catapultavano su questo annesso fatto di case popolari, palazzine costruite senza alcun senso, se non quello di una speculazione urbanistica rapida e selvaggia, sulla pianta della vecchia Ostia degli anni 20 e 30 del Novecento. A Ostia c’era il mare, ma non lo vedevo, non ne sentivo l’odore e il rumore, non ne ero assolutamente attratto. Oggi è lo stesso. Perché? Perché per un oscuro, insondabile ma oggettivo mistero, Roma, quella che si ferma all’inizio dell’Ostiense o appena dopo l’EUR, non ha mai amato e non ama Ostia e il suo mare. Così in questa trascuratezza, dimenticanza, perenne oblio di pensiero, cura politica e amministrativa, Ostia dal dopoguerra a oggi è nata e si è sviluppata come un satellite storto, malato, con lo sguardo rivolto a Roma e le spalle al suo mare. Sarebbe dovuto succedere l’esatto contrario, ma è andata così. Il risultato è stato creare - volontariamente? - un quartiere dormitorio per lo più di pendolari, legato alla città e al vicino aeroporto di Fiumicino solo dal bisogno di lavorare. È vero, negli anni qualche passo in avanti è stato fatto nella cultura e nello sport: Teatro del Lido, Oasi Naturale LIPU all’idroscalo dove è morto Pasolini, la Biblioteca Elsa Morante nella sede della ex Colonia, sedi sportive CONI per vela e windsurf, e il Palazzo per judo, karate, arti marziali e lotta. Così come è stato fatto nella riqualificazione dell’Idroscalo, del Porto e del lungomare che lungomare nonostante tutto non è, non lo è mai stato. Ma sono e restano operazioni a spot, spesso di sola e mera speculazione, totalmente scollegate dal tessuto antropologico di chi qui ci vive. Operazioni che non hanno mai inciso realmente nel cambiare positivamente il DNA di questo non luogo che, ieri come oggi, è sempre impantanato nella cronaca quotidiana mal filtrata da media e social tramite il setaccio dell’immaginario pop di degrado, affarismo da colletti bianchi e banda della Magliana di vecchia e nuova generazione. E in tutto ciò il mare non bagna Ostia. Quando arrivo da Roma, devio sul lungomare che è stato riqualificato come una superstrada a quattro corsie, due per senso di marcia, più una ciclabile e un marciapiede. Li percorro e non vedo il mare. Questo è recluso da sempre, ma oggi peggio di ieri, da un lungomuro, alto, la cui soluzione di continuità è spezzata dagli ingressi agli stabilimenti e dal retro dei loro bar e ristoranti fatto di motori e tubi aspiratori, aria condizionata e bidoni della sporcizia. Ingressi agli stabilimenti che sembrano hotel di terza categoria degli anni ‘80, colonne di marmo e infissi d’alluminio vetri fumé. reti e gabbie che delimitano concessioni demaniali eterne, immutabili, parchetti giochi per bambini fatti di finti castelli e altalene, e decine di cartelli che vietano e limitano. In questo modo, che il modo di sempre, il mare non lo vedo, faccio fatica anche a vedere la spiaggia, non ne sento né l’odore né il rumore. Quello che sento sono solo l’odore di frittura di pesce, il rumore delle macchine e il sound mixato da un inesistente dj con le tracce musicali che ogni stabilimento manda a tutto volume dalle casse. E mentre “Italodisco” dei The Kolors e “Mon amour” di Annalisa si sovrappongono male a “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri, provo invano a guardare oltre il muro e perdo l’orientamento, quello che dovrebbe guidarmi naturalmente verso il mare ma che invece mi fa rimbalzare contro questo non luogo, spazio senza identità, senza relazioni sociali, una striscia di mattoni, cancelli chiusi, ruggine su lucchetti e catene, porte aperte sì ma pagamento, e tanto asfalto, transito, passaggio che le persone attraversano senza stabilire connessioni profonde con il contesto o con gli altri. Il lato del mare è uguale, a specchio, al lato opposto delle case. Il risultato è che dopo poco non sai più orientarti. Non sai dove sta il mare. Il lungomare/lungomuro di Ostia è un non luogo, è una specie di terzo paesaggio dopo le sue palazzine anonime che hanno oscurato l’architettura Liberty, e le strade/ferrovie che la collegano a Roma. Non luogo e terzo paesaggio che dagli anni ’70 a oggi è parte della sua vita quotidiana, che da sempre suscita sensazione di estraniamento e anonimato. Qui tutti i giorni soprattutto d’estate muoiono le relazioni personali che devono per forza legare una città di mare al suo mare. Chi vive e amministra Ostia non lo ha mai messo in discussione, anche semplicemente incoraggiando una riflessione pubblica sul significato dell'identità e delle relazioni umane nel contesto delle moderne dinamiche sociali. E anche se il concetto di non luogo non sempre è intrinsecamente negativo - i non luoghi sono parte integrante delle società moderne e spesso hanno il loro scopo e funzione – per Ostia lo è. Indiscutibilmente. Sta qui il corto circuito tra Roma e Ostia. Nel suo lungomuro che separa il mare dall’umanità. La natura dalla cultura storta.

Scritto da Gilberto Maltinti

30 Luglio 2023

Ostia da sempre rappresenta nella realtà e anche nell’immaginario di chi vive a Roma, un parente povero che c’è, esiste, ma è meglio tenere a distanza.
Il suo mare? Non esiste. E il suo mare è un non luogo/terzo paesaggio sbagliato, da nascondere, rinchiudere dentro gabbie, reti, cancelli e muri.
Così il suo lungomare è in realtà solo e soltanto un lungomuro.

30 chilometri separano Roma dal Ostia, la Capitale dal suo mare. Ma chi arriva da Roma a Ostia il mare non lo vede. Capiamo perché con questo mio reportage fotografico.

Che si scelga il trenino, la via del mare (SS8), la Colombo, la A91 / E80 un’autostrada che collega Roma a Fiumicino e successivamente ad Ostia, o la Pontina (SS148), il viaggio da qualunque punto di Roma verso Ostia è un viaggio senza senso.

Per la mia generazione Ostia è sempre stata una cittadina a parte, nemmeno considerata un quartiere alla stregua degli altri – e oggi è lo stesso -, attaccata a Roma con il debole filo di un “trenino” lento, sporco, perennemente in ritardo, da prendere la domenica per andare al mare o per andare a giocare le partite di basket. Un viaggio interminabile, come le partite stesse.

I viaggi in macchina – perché di viaggio si trattava, e si tratta ancora oggi – lungo strade veloci, con ai margini solo quartieri spontanei, periferici, in mezzo al verde mal curato della Via del Mare o della Cristoforo Colombo.

Ferrovia e strade che dopo mezz’ora di nulla, nessun paesaggio da ammirare guardando fuori dal finestrino, mi catapultavano su questo annesso fatto di case popolari, palazzine costruite senza alcun senso, se non quello di una speculazione urbanistica rapida e selvaggia, sulla pianta della vecchia Ostia degli anni 20 e 30 del Novecento.

A Ostia c’era il mare, ma non lo vedevo, non ne sentivo l’odore e il rumore, non ne ero assolutamente attratto. Oggi è lo stesso.

Perché? Perché per un oscuro, insondabile ma oggettivo mistero, Roma, quella che si ferma all’inizio dell’Ostiense o appena dopo l’EUR, non ha mai amato e non ama Ostia e il suo mare.
Così in questa trascuratezza, dimenticanza, perenne oblio di pensiero, cura politica e amministrativa, Ostia dal dopoguerra a oggi è nata e si è sviluppata come un satellite storto, malato, con lo sguardo rivolto a Roma e le spalle al suo mare.

Sarebbe dovuto succedere l’esatto contrario, ma è andata così.
Il risultato è stato creare – volontariamente? – un quartiere dormitorio per lo più di pendolari, legato alla città e al vicino aeroporto di Fiumicino solo dal bisogno di lavorare.

È vero, negli anni qualche passo in avanti è stato fatto nella cultura e nello sport: Teatro del Lido, Oasi Naturale LIPU all’idroscalo dove è morto Pasolini, la Biblioteca Elsa Morante nella sede della ex Colonia, sedi sportive CONI per vela e windsurf, e il Palazzo per judo, karate, arti marziali e lotta. Così come è stato fatto nella riqualificazione dell’Idroscalo, del Porto e del lungomare che lungomare nonostante tutto non è, non lo è mai stato.

Ma sono e restano operazioni a spot, spesso di sola e mera speculazione, totalmente scollegate dal tessuto antropologico di chi qui ci vive.  Operazioni che non hanno mai inciso realmente nel cambiare positivamente il DNA di questo non luogo che, ieri come oggi, è sempre impantanato nella cronaca quotidiana mal filtrata da media e social tramite il setaccio dell’immaginario pop di degrado, affarismo da colletti bianchi e banda della Magliana di vecchia e nuova generazione.

E in tutto ciò il mare non bagna Ostia. Quando arrivo da Roma, devio sul lungomare che è stato riqualificato come una superstrada a quattro corsie, due per senso di marcia, più una ciclabile e un marciapiede. Li percorro e non vedo il mare.

Questo è recluso da sempre, ma oggi peggio di ieri, da un lungomuro, alto, la cui soluzione di continuità è spezzata dagli ingressi agli stabilimenti e dal retro dei loro bar e ristoranti fatto di motori e tubi aspiratori, aria condizionata e bidoni della sporcizia. Ingressi agli stabilimenti che sembrano hotel di terza categoria degli anni ‘80, colonne di marmo e infissi d’alluminio vetri fumé. reti e gabbie che delimitano concessioni demaniali eterne, immutabili, parchetti giochi per bambini fatti di finti castelli e altalene, e decine di cartelli che vietano e limitano.

In questo modo, che il modo di sempre, il mare non lo vedo, faccio fatica anche a vedere la spiaggia, non ne sento né l’odore né il rumore.
Quello che sento sono solo l’odore di frittura di pesce, il rumore delle macchine e il sound mixato da un inesistente dj con le tracce musicali che ogni stabilimento manda a tutto volume dalle casse.

E mentre “Italodisco” dei The Kolors e “Mon amour” di Annalisa si sovrappongono male a “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri, provo invano a guardare oltre il muro e perdo l’orientamento, quello che dovrebbe guidarmi naturalmente verso il mare ma che invece mi fa rimbalzare contro questo non luogo, spazio senza identità, senza relazioni sociali, una striscia di mattoni, cancelli chiusi, ruggine su lucchetti e catene, porte aperte sì ma pagamento, e tanto asfalto, transito, passaggio che le persone attraversano senza stabilire connessioni profonde con il contesto o con gli altri.

Il lato del mare è uguale, a specchio, al lato opposto delle case. Il risultato è che dopo poco non so più orientarmi. Non so dove sta il mare. Le mie fotografie lo testimoniano.

Il lungomare/lungomuro di Ostia è un non luogo, è una specie di terzo paesaggio che viene dopo le sue palazzine anonime che hanno oscurato l’architettura Liberty, e dopo le strade/ferrovie che la collegano a Roma.
Non luogo/terzo paesaggio che dagli anni ’70 a oggi è parte della sua vita quotidiana, che da sempre suscita sensazione di estraniamento e anonimato.
Qui tutti i giorni soprattutto d’estate muoiono le relazioni personali che devono per forza legare una città di mare al suo mare.

Chi vive e amministra Ostia non lo ha mai messo in discussione, anche semplicemente incoraggiando una riflessione pubblica sul significato dell’identità e delle relazioni umane nel contesto delle moderne dinamiche sociali.

E anche se il concetto di non luogo non sempre è intrinsecamente negativo – i non luoghi sono parte integrante delle società moderne e spesso hanno il loro scopo e funzione – per Ostia lo è. Indiscutibilmente.
Sta qui il corto circuito tra Roma e Ostia. Nel suo lungomuro che separa il mare dall’umanità. La natura dalla cultura storta.

E dopo tanto considerare, la cosa che mi commuove di più sono i ragazzi teneramente abbracciati, oltre i cancelli di protezione della stazione di Ostia Lido Centro. Hanno superato il ferro del cancello, e seduti a un passo dalla ferrovia, sono felici di niente aspettando il treno.
A me è bastasto fotografarli.

 

La lunga linea di sabbia scintillava al sole di marzo. Mare, duna, cielo entravano nel mare.
Il tempo aveva lungamente meditato sul suo regno, il sogno.
Adesso cominciava a levarsi la lenta colonna del fumo:
l’oro dei bagnanti era davvero il pane della giornata.
I bambini, nel mare, riproducevano la forma delle meduse.
E dietro l’alto burrone le case popolari insegnavano povertà.
Molto più del vino, del pane, delle case, l’odore della miseria aumentava la fame nelle fosse occhiute delle famiglie, a Ostia.
Gente frettolosa passava, passava.
La lunga linea di sabbia lentamente si allungava, al sole di marzo.
In fondo gli stabilimenti civili erano i pochi denti rotti della fauce grigia delle case, ad Orti.
La lentezza, la stanchezza, l’attesa delle fabbriche.
Le betoniere di barche dei cantieri.
Gli zingari feroci nei circhi.
I treni per le borgate dell’Acilia e della Dragona.
Le pietre di tufo spaccate per il pane, in una cucina che era tutta la casa.
Le graziose e piene ragazze ad Orti. La chiesa gialla di Ostia, strapiena.
La piazza deserta dei giocattoli.
I lumaconi a riva, come porri.
Pier Paolo Pasolini – Ostia. 1954

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